Da riforma.it del 4 settembre

La partecipazione e il coinvolgimento sono anche un messaggio per intercettare il bisogno diffuso di sicurezza

Quelli che «No, l’ultima settimana di Agosto non posso, c’è il Sinodo».
Quelle che vanno al Sinodo perché sono deputate.
Quelli che vanno al Sinodo perché sono osservatori.
Quelle che vanno al Sinodo a tenere uno stand.
Quelli che vanno al Sinodo a tenere due stand.
Quelle che vanno al Sinodo senza incarichi, e se la godono.
Quelli che «Che bello, sono di nuovo a Torre Pellice!»

Quelle che seguono in aula. 
Quelli che seguono in galleria.
Quelle che seguono dal tendone.
Quelli che non seguono e non sanno niente.
Quelle che seguono e non hanno capito niente.
Quelli che non seguono ma sanno tutto.
Oh, yeah, yeah!

Quelli che… il Sinodo è famiglia.
Quelle che… il Sinodo è una tortura.
Quelle che… il Sinodo è sempre peggio.
Quelli che… il Sinodo è sempre meglio.
Quelle che… il Sinodo è sempre uguale.
E per questo tornano.

Goodbye Torre Pellice.
Oh, yeah!

Ho preso in prestito queste parole da Irene Grassi, una ragazza impegnata nelle nostre chiese e nella Federazione giovanile evangelica in Italia. Esprimono benissimo l’emozione che attraversa coloro che arrivano per il Sinodo dal profondo nord al soleggiato sud. Essere in tanti e sentire sulla pelle l’effetto di riconoscere, grazie alla fede in Cristo, che qualcosa, di grande e di forte, ti lega alle altre e agli altri e ti fa, insieme a loro, diventare un popolo che si muove nel mondo, è impagabile. Un popolo fatto di persone che sanno di poter contare su sorelle e fratelli che ti somigliano, perché con te vivono la gioia o il travaglio della fede.

Ma non è solo una questione di emozioni, fatta per lo più di vecchi e nuovi incontri: ciò che rende interessante il Sinodo, è che nel tempio, nell’Aula sinodale, nei giardini della casa valdese, nelle strade è chiaro che a essere presenti non eravamo solo noi. La presenza dello Spirito Santo ci accompagna allora come oggi e si fa sentire coraggiosamente e continuamente. Quello Spirito Santo che ci guida attraverso la preghiera, la lettura biblica, l’incontro, la vita. Uno Spirito che continua a far muovere le persone verso un percorso di fede attraverso il quale vengono nelle nostre chiese che si trasformano, cambiano e diventano sempre di più chiese per adulti.

Non perché i bambini e i giovani non ci interessino, anzi! Il fatto però è che spesso non siamo in grado di trasmettere la fede alle nostre figlie e ai nostri figli. Presentiamo loro la fede e la comunità come un’opzione tra la squadra di calcio e le lezioni di piano e il risultato è sotto i nostri occhi. Gli adulti invece ci chiedono di essere accompagnati: «In questo mondo – come dice Simone Lanza – iperindividualista dove hanno perduto il senso della responsabilità per il mondo, per l’universo simbolico di significati condivisi, per la partecipazione di ciascuno al miglioramento della vita di tutti. Responsabilità per il mondo inteso come realtà oltre l’individuo, teatro della storia e dell’avvenire dell’umanità». Accompagnati a ritrovare la loro vocazione verso il mondo, è questo che ci chiedono, perché si sentono insicuri.

La sicurezza è un bisogno fondamentale. Sentirsi al sicuro viene appena dopo la necessità di respirare, dormire, mangiare. L’insicurezza, invece, significa non solo sentirsi minacciati ma anche la perdita della fiducia. Sono vittime di insicurezza i milioni di persone che sono in fuga dai loro paesi in cui c’è fame, guerra e povertà (anche a causa nostra); sono vittime di insicurezza i paesi che accolgono chi scappa dalle loro terre, e quindi anche l’Italia, perché non c’è un vero progetto dell’Unione europea su questo tema, e ogni nazione si sente vittima non capita dell’altra; sono vittime di insicurezza quelli che non hanno un lavoro o, peggio ancora, quelli che l’hanno perso da adulti e si trovano di fronte al disastro di non sapere come andare avanti; sono vittime di insicurezza coloro che non hanno una rete sociale di sostegno e che vivono nell’isolamento; sono vittime dell’insicurezza coloro che non hanno stima di sé e quelli che non ricevono riconoscimenti di competenza e/o di affetto; sono vittime di insicurezza le persone che sperimentano nuovi modi di famiglia e genitorialità o quelle che interrogano sul genere; sono vittime di insicurezze coloro che si sentono escluse da Dio attraverso la chiesa che frequentano in origine che predica un Signore che rinnega chiunque non sia omologato ai contenuti prescrittivi di quella religione. Gli adulti ci chiedono di poter essere accompagnato verso l’incontro di quel Dio inclusivo che predichiamo dentro e fuori le nostre chiese con la diaconia della Parola e la diaconia che cerca rifugio e documenti per chi non li ha.

Sempre di più la nostra è una chiesa orizzontale, dove trovano spazio forme di laicato senza clero e dove la diversità individuale trova riconoscimento nella creazione di una comunità cosmopolita. La diversità diventa un elemento che unisce e da’ origine a una eguaglianza delle singolarità. Questa vocazione, che diventa collettiva grazie alle chiese, necessita però di trovare nuove parole e linguaggi per parlare della Parola che diventa anche impegno ecumenico. Alcuni mesi fa a Milano, il pastore e professore emerito Paolo Ricca commentava questo versetto: «Potente è la tua mano, Signore» (Esodo 15, 6) in questo modo: «se hai lo stesso Dio, come puoi essere diviso? È Dio che è diviso? Sei tu che dividi Dio? Com’è possibile avere lo stesso Dio e non essere uniti? Com’è questa faccenda? Chi me la spiega? Io non la capisco più! Non ci vergogniamo di essere ancora divisi? Non arrossiamo, nel volto, nell’anima? Chi è potente? Dio o noi? La Sua volontà o la nostra? La Sua Parola o la nostra resistenza, il nostro preferire la divisione?».

La Parola diventa anche un percorso interreligioso e poi grazie al contributo delle donne anche uno sguardo inaudito sul mondo e nelle fedi viventi. La Parola può riparare la madre terra e il creato perché l’occasione di vivere in armonia con ciò che abbiamo ricevuto in dono, ci è sfuggita di mano. È questa vocazione alla Parola e la responsabilità verso il mondo che condividiamo con chi viene a cercarci. Anche se è sicuramente vero quanto ci è stato detto dalla ricerca Ri.So.R.Se, compiuta dal Centro studi Confronti, in merito al fatto che le nostre chiese stanno attraversando una «stabile decrescita»…, vogliamo e dobbiamo sperare che insieme allo Spirito riusciremo a tenere unita quella Parola che nutre nella speranza la nostra vocazione, che incontra quella delle altre e degli altri, alla diaconia che incontra il mondo e lo rinnova nella solidarietà.

Foto di Pietro Romeo

 

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