Da NEV del 24 maggio 2019

Intervista a Barry Sloan, direttore del dipartimento evangelizzazione per la United Methodist Church di Germania e responsabile del coordinamento europeo della Methodist Church of Britain

Verso la fine degli anni ’90 un certo numero di chiese e agenzie missionarie ha cominciato a riflettere su un processo di investimento e incoraggiamento di nuove forme di espressione ecclesiale. Queste “fresh expressions” non erano semplicemente una moda passeggera o un tentativo di essere cool, ma guardavano a una cultura in rapida evoluzione e a un cambiamento di atteggiamento nei confronti della chiesa e della vita spirituale.

Barry Sloan, direttore del dipartimento evangelizzazione per la United Methodist Church di Germania e responsabile del coordinamento europeo della Methodist Church of Britain, è in Italia per partecipare alla Consultazione metodista che prende avvio oggi presso il cento Ecumene di Velletri e terminerà domenica 26 maggio. È stato invitato proprio per raccontare la sua esperienza nel movimento delle “fresh expressions” e l’Agenzia Nev lo ha intervistato su questo tema.

“Il movimento delle ‘fresh expressions’ nasce dalle chiese metodiste e anglicane in Inghilterra. Entrambe le chiese avevano scoperto che non erano più al centro della società e stavano diventando sempre più irrilevanti e marginali. Le ‘fresh expressions’ sono dei nuovi modelli che si focalizzano principalmente sulle persone che non fanno parte della chiesa e hanno un valore soprattutto culturale. La forza di questa nuova formula risiede in quello che l’arcivescovo Rowan Williams ha definito ‘economia mista’, che riconosce sia la chiesa tradizionale e tutte le sue liturgie, che queste nuove espressioni, giovani per l’appunto, totalmente differenti dalla chiesa tradizionale ma con la stessa dignità e importanza. Non c’è competizione ma complementarietà tra queste iniziative. Le ‘fresh expressions’ coinvolgono persone che mai si sarebbero avvicinate alla chiesa tradizionale”.

Ci può fare qualche esempio pratico di cosa significa ‘fresh expressions’?

 Ci sono innumerevoli esempi di questo nuovo modello che si sta rapidamente diffondendo in tutto il mondo. Ad esempio in Germania, nella cittadina di Metzingen, un giovane pastore si è fatto carico di una chiesa metodista che era stata quasi del tutto abbandonata, la cui congregazione era ormai invecchiata e il cui edificio era ormai vuoto. Questo giovane pastore è andato dal vescovo e gli ha proposto di prendere in mano la chiesa e realizzare lì un progetto di ‘fresh expression’ trasformando gli interni della chiesa in un luogo in cui praticare free climbing indoor. In questo modo questo luogo si è aperto alla società ed è diventato un posto in cui incontrarsi e costruire comunità.

In quale esperienza di ‘fresh expressions’ è direttamente coinvolto?

 Inspire è il nome della ‘fresh expressions’ in cui sono impegnato a Chemnitz, nella parte orientale della Germania, dove vivo. In questa cittadina vivono 250.000 persone, quindi è una grande città, ma noi siamo intervenuti in uno dei quartieri più marginali. Io e altre 7 persone provenienti dalle comunità luterana, battista e cattolica abbiamo deciso, spontaneamente, di lavorare per migliorare le condizioni del nostro quartiere. Per 18 mesi ci siamo incontrati per pregare insieme, discutere, studiare e cercare di capire esattamente come avremmo potuto agire. Alla fine abbiamo capito che dovevamo aprire un luogo che non avesse una caratterizzazione esclusivamente cristiana e quindi abbiamo preso un locale proprio sulla strada principale di questo quartiere, Brühl Boulevard. È uno spazio aperto e autogestito dove ci sono serate musicali, improvvisazioni teatrali, degustazioni di whisky, momenti conviviali di condivisione in cui ognuno porta qualcosa e si mangia insieme, lezioni di inglese, sostegno a bambini figli di immigrati o di famiglie bisognose, momenti di integrazione. È una sorta di ampio soggiorno su Brühl Boulevard per offrire al quartiere uno spazio dove creare comunità creative e stimolanti, un posto in cui sentirsi a casa. Ed è frequentato da persone di tutte le estrazioni sociali, di tutte le età, di tutti gli orientamenti. Siamo otto persone che offrono quattro ore a settimana di volontariato e una donazione mensile per sostenere le spese. All’inizio abbiamo fatto una piccola raccolta fondi per poter pagare i primi mesi di affitto. Non abbiamo mai fatto né facciamo nulla di direttamente collegato alle attività di una chiesa tradizionale, ma una chiesa in quel luogo comunque esiste.

Tutto ciò aiuta ad attirare persone verso la vita della chiesa?

 È una buona domanda. Di fatto la chiesa cresce perché costruisce vita quotidiana con persone estranee alla chiesa, costruisce comunità. Entra in contatto con individui che altrimenti non avrebbe mai incontrato e quindi discute e riflette anche insieme a loro. In qualche modo queste nuove persone vengono coinvolte e ispirate da questo nuovo modello e attratte da questo appassionato modo di vivere la fede.

Che visione teologica c’è dietro tutto questo?

 Io credo che Dio sia già in questi luoghi, non sono io che devo portarlo lì. Lui è già in mezzo alle persone, è già coinvolto nella vita della gente. Spesso si immagina la chiesa come un luogo in cui bisogna convincere le persone, convertirle. Io credo che siamo noi cristiani a doverci convertire, a ripensare a che chiesa vogliamo. Noi offriamo la Santa Cena nel nostro bar. Abbiamo un angolo in cui c’è una croce e un luogo riservato e diciamo alle persone che è possibile, a partire da un sentimento sincero, sperimentare l’amore e la benedizione del Signore. Per me questo è prezioso, è fondamentale che si possa celebrare Dio nella vita di tutti i giorni e non solo in un luogo appartato e ‘santo’. Per me il bar è il luogo in cui Gesù incontra le persone, con i loro problemi e le loro gioie.

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