Da NEV – 25 agosto 2019

Si è aperto a Torre Pellice il Sinodo delle chiese metodiste e valdesi. Durante il culto consacrati due nuovi pastori e una pastora

Era la pioggia lo spauracchio della giornata, ma è stato un caldo sole a accogliere il corteo del Sinodo delle chiese valdesi e metodiste che si è aperto oggi con il culto inaugurale al tempio di Torre Pellice (To). Un dono inatteso che ha illuminato i colori degli abiti del Coro nazionale ghanese in Italia, che ha accolto pastori e pastore e delegati davanti al portone della chiesa, avvolto nelle termocoperte a ricordare l’agonia di tante persone migranti, fra le note dell’Head of thy church triumphant di Charles Wesley. In testa al corteo la predicatrice locale Erica Sfredda chiamata a condurre il culto (due soli i precedenti in tal senso, Claudio Tron nel 1981 e Maddalena Giovenale Costabel nel 1999 in un compito tradizionalmente affidato ai pastori, e dal 1982 con Giuliana Gandolfo, anche alle pastore), i tre candidati pastori consacrati durante il culto, Marco Casci, Sophie Langeneck, Nicola Tedoldi, un’iniezione di linfa vitale in tempi di cali di vocazioni. Dietro loro il moderatore uscente Eugenio Bernardini con gli altri componenti della Tavola valdese, e infine la lunga scia di pastori e pastore, diacone e diaconi, e ospiti: fra questi Carola Tron, moderatora della Chiesa valdese del Rio de la Plata, e il presidente della Federazione protestante di Francia, François Clavairoly.

Il sermone di Erica Sfredda va al cuore del messaggio cristiano: la fede nella resurrezione. «Cosa significa, concretamente, credere nella resurrezione dei morti?», chiede la predicatrice ai tanti che sono raccolti dentro e fuori il tempio. E lo fa a partire dalle parole che l’apostolo Paolo rivolge alla comunità di Corinto (I Corinzi 15, 12-19), una comunità ricca, vivace, a volte conflittuale, che aveva fatto della fede la propria ragione di vita.

«Temo che noi non siamo come i Corinzi – ragiona Sfredda –, principalmente perché siamo corresponsabili di ciò che avviene nel mondo». Viviamo nel peccato, afferma senza giri di parole Sfredda, che chiede «se riusciamo ad essere davvero consapevoli di essere parte di un ingranaggio all’interno di un mondo di morte». La predicatrice, citando Primo Levi, di cui quest’anno riscorrono i 100 anni dalla nascita, dice che la realtà è che spesso anche i membri di una Chiesa “impegnata” come quella valdese e metodista «vivono, nelle proprie tiepide case, dimentichi, se non indifferenti, delle morti nel Mediterraneo, delle atrocità della Libia, delle crudeltà perpetrate nei tanti Paesi coinvolti in conflitti armati, ma anche distratti rispetto alle morti sul lavoro, all’inquinamento crescente, alla distruzione della stessa Terra».

Tuttavia, lì dove il peccato abbonda, la grazia sovrabbonda: Dio, con il suo Spirito, non abbandona i suoi figli e figlie. Egli è un Dio vicino che accoglie la fragilità umana, e sostiene l’impegno della Chiesa valdese e metodista – nonostante i piccoli numeri e la grandezza del Male – a favore di chi soffre. Sfredda cita la testimonianza degli evangelici a favore dei migranti, attraverso il progetto Mediterranean Hope e i Corridoi Umanitari, la difesa dei diritti umani, la salvaguardia del creato, e il processo «Essere Chiesa Insieme» fatto in questi anni insieme a uomini e donne portatori di una storia e una cultura diverse da quella italiana, che hanno saputo arricchire con i loro doni le chiese evangeliche storiche.

È a questo punto però che Paolo di Tarso mette in guardia i credenti da un certo senso di “appagamento e consolazione”, ributtandoli nell’inquietudine: se ciò che facciamo non si nutre di una fede che è radicata nella morte e resurrezione di Gesù, non serve a nulla! La Chiesa valdese, incalza Sfredda, si impegna a buona ragione sui temi della salvaguardia delle persone e del creato, ma «non è la nostra carica umanitaria a far la differenza», ogni cosa nasce dallo Spirito Santo e si nutre di una fede che è radicata nella morte e resurrezione di Gesù. (…) Paolo avverte che «se non crediamo nella resurrezione dei morti non siamo una Chiesa, perché il cuore, il fondamento della nostra fede è che Cristo sia resuscitato dai morti. Se non crediamo in questo, allora la nostra fede è vana e non può resistere alle temperie in cui viviamo».

Ma l’apostolo delle genti fa un passo in avanti: non è sufficiente credere nella resurrezione di Gesù, evento incredibile, definito “follia”, ma bisogna accogliere l’idea della nostra risurrezione: la resurrezione di Gesù, primogenito dei risorti, “la primizia di coloro che dormono” (v. 20) «è l’evento a partire dal quale la nostra vita colma di peccato finisce e ci è donata la straordinaria opportunità di rinascere ed essere uomini e donne nuovi. Senza alcun merito, senza alcun ruolo attivo».

Se la resurrezione resta un’affermazione di principio detta e non vissuta – conclude Sfredda – la fede è vana e quindi inutile. In questo tempo in cui abbondano a livello locale e globale parole, immagini, azioni mortifere, la Parola di Dio «ci chiede di fondare la nostra esistenza terrena sulla resurrezione dei morti, evento incredibile che si pone ai limiti, anzi, oltre i limiti dell’accettabilità per l’umanità piena di buon senso, coi piedi per terra (…). Ci chiede di affidarci con gioia a Lui, l’Unico che può liberarci dal peccato che ci cinge e ci seduce, e che ci impedisce di credere nella resurrezione e dunque nella vita. Perché, ed è questo l’annuncio gioioso di questo pomeriggio, non siamo circondati solo dalla morte, ma anche dalla Vita, che nonostante tutto continua ad agire». Il Sinodo 2019, che si concluderà venerdì 30 agosto, si apre con il richiamo a ritornare al cuore della fede cristiana: vivere la resurrezione di Gesù per annunciare al mondo la vita e la speranza nonostante tutto.

di Marta D’Auria e Claudio Geymonat

Foto di Pietro Romeo: il corteo inaugurale accolto dal coro ghanese

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