Se ne è discusso nel pomeriggio all’Università La Sapienza nella seconda parte del convegno di studi “Il limes cattolico. Ambizioni e strategie del metodismo per l’Italia unita” che è stato organizzato dal Centro di documentazione metodista in collaborazione con l’ateneo romano, con il sostegno dell’otto per mille delle chiese metodiste e valdesi.

Da NEV – 12 febbraio 2020

                                                            

La relazione esistente tra le chiese protestanti e la massoneria del Grande Oriente d’Italia derivazione dell’antico rito scozzese, già dal 1860, e fino al primo quarto del nuovo secolo. “Una stima degli evangelici appartenenti all’Ordine in quegli anni è approssimata per difetto”, ha  spiegato il prof Marco Novarino dell’Università di Torino aprendo la seconda parte della giornata di studi “Il limes cattolico. Ambizioni e strategie del metodismo per l’Italia unita”.

Tuttavia, ha detto Novarino: “è possibile stimare che siano stati 123 i pastori iniziati alla loggia massonica del Grande Oriente d’Italia in quel periodo”. E poi ha aggiunto: “a questi bisogna anche aggiungere altri membri laici di chiese protestanti.  La convergenza di diversi elementi sociali e culturali esistenti tra i due mondi diede vita a quella che fu chiamata la figura del massone evangelico”. In particolare, vi era: “l’aspro sentimento antipapista e anticlericale che li legava entrambi, e per di più sotto l’influenza politico-religiosa inglese e americana, cosmopolita, che li accomunava”.

Un rapporto, quello tra appartenenti alle chiese evangeliche e la massoneria italiana, che si inceppa però già verso l’inizio della prima guerra mondiale in conseguenza della scelta interventista e del nazionalismo crescente tra gli ambienti massonici, “che un tempo invece erano stati cosmopoliti”, ha ricordato il professor Novarino. Così venne il fascismo, l’isolazionismo americano e la crisi del 1929; e con essa vennero meno i finanziamenti dalla missione episcopale che veniva dagli Stati Uniti, la quale aveva avuto l’ambizione di “costruire una nuova classe dirigente italiana che fosse illuminata dall’Evangelo e lontana dalle superstizioni clericali, papaline e romane”, come ha spiegato a seguire nel corso del pomeriggio, nella sua relazione dal titolo: “La questione religiosa nelle relazioni italo-americane”, lo storico Luca Castagna dell’Università di Salerno.

Una ambizione, evidentemente, disattesa, di “formare una classe dirigente metodista nell’Italia unita”, oggetto della relazione conclusiva che è stata affidata al professor Daniele Garrone, tra i massimi esperti del protestantesimo italiano. Il quale ha ricordato il caso specifico dell’istituto di Monte Mario a Roma, istituto di studi superiori di altissimo livello, creato “allo scopo di formare i giovani che avrebbero dovuto rinnovare la classe dirigente in Italia”. Garrone ha spiegato, citando i documenti provenienti da New York e custoditi a Torre Pellice, che: “l’obiettivo del college internazionale era di aumentare i corsi da tenere in lingua inglese, la frequenza dei corsi di sport, migliorare l’offerta finanziaria e culturale di Monte Mario, insomma di costruire una nuova classe dirigente italiana, illuminata dall’Evangelo”. E poi ha concluso – non prima di avere descritto l’immobile che ospitava il collegio di Monte Mario anche dal punto di vista architettonico e paesaggistico – considerando che: “l’obiettivo di Monte Mario era quella di creare una sorta di contraltare formativo alla scuola privata di derivazione cattolica”.

 

 

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