In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo. (Luca 2:1-7)

In quale silenzio di tenebre, in quale grotta dimenticata o ovile, nascerà Gesù questo Natale?

A Natale ricordiamo che Dio è venuto da noi in Gesù di Nazareth. E celebriamo anche che continua a venire anche oggi, in una varietà di contesti, nella certezza che “Dio ha riconciliato il mondo con sé per mezzo di Cristo”, come afferma Paolo nella II Lettera ai Corinzi (5:19). In questo momento sentiamo il bisogno profondo di conciliare molte questioni personali e sociali, che sono state messe a nudo dalla pandemia che sta devastando l’intero nostro mondo.

A Betlemme, villaggio dimenticato della Palestina, in una grotta: il Dio che ci dà la vita, nasce nella vita per farne il luogo da cui offrirsi. Le persone semplici e povere scopriranno la luce perché erano sveglie. La luce eterna trova un posto dove nascere in mezzo a gente umile e in attesa. La luce del nuovo deve condurci a rendere presente il Dio che si fa carne in mezzo alla nostra storia e che ci abita, facendo memoria delle sue meraviglie a favore di tutti gli uomini e donne. Siamo chiamati a resistere alla pura e dura realtà del mercato e scoprire così che ci sono crepe, porte che si aprono che ci permettono di vedere un altro mondo possibile e necessario. L’amore di Dio ci viene incontro e ci permette di contemplare la novità anche nel luogo più oscuro del cuore umano.

“Tutto può essere una bugia, tranne la verità che Dio è amore e che tutta l’umanità è una sola famiglia” Don Pedro Casaldáliga. Contemplare la nascita del Figlio di Dio nella periferia di Betlemme ci invita a scoprire il significato profondo, vivo e attuale del sapere che siamo una grande famiglia e che per questo la nostra vita è incantata alla luce di Gesù, il Figlio di Dio in mezzo a noi.

Amata fratellanza, camminiamo con gioia per incontrare l’Emmanuele, Dio con noi, che è sempre e per sempre nato nella nostra vita. Possa questa esperienza natalizia, come nascita, genesi, apparizione, luce nelle tenebre e vita eterna nella morte, prepararci per azioni creative personali e collettive. Fatti che possano mostrare l’amore e la solidarietà, mettendoci come umanità di fronte a un tempo per rinascere.

Tomas Merthon descrive questo concetto come segue: “… Disponibilità a far incontrare l’eternità e il tempo non solo in Cristo ma in noi, nell’uomo, nella nostra vita, nel nostro mondo, nel nostro tempo. Se vogliamo entrare nella novità, dobbiamo accettare la morte del vecchio. Quindi l’inizio è la fine. Dobbiamo accettare la fine prima di poter iniziare. O meglio, per essere più fedeli alla complessità della vita, dobbiamo accettare la fine all’inizio, tutti e due insieme “.

Siamo sfidati ad essere una Chiesa in missione, pronta ad abbracciare e accarezzare il nostro popolo con parole e gesti; vestire il nudo, il trascurato, l’invisibile, custodendoci con un cuore caldo e un orecchio attento, nella certezza che: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce. Ora essa ha illuminato il popolo che viveva nell’oscurità.” (Isaia 9:1)

Possa questo Natale prepararci per giorni luminosi e profondi, sapendo che la speranza inizia nel silenzio dell’oscurità.

Past. Americo Jara Reyes

Vescovo della Chiesa Metodista Argentina, IEMA

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