Lo Stato ammette i respingimenti al confine italo-sloveno. L’impegno nell’accoglienza delle chiese valdesi e metodiste in Friuli Venezia-Giulia

«Quando mia nonna era bambina, la sua famiglia ha aperto la porta più volte a esuli, sfollati, persone in fuga dagli orrori della prima guerra mondiale. Nel 1976 mio papà ha dato accoglienza per tre anni a una mamma con due bambine la cui casa era stata distrutta dal terremoto. Per me è stato in fondo naturale sentire la necessità di fare qualcosa di simile, ed ecco che una volta conosciuta l’iniziativa dei Corridoi umanitari ho pensato che potesse essere quello il mio modo di dare continuità a ciò che avevano fatto loro prima di me». Dorina Tommasi, seduta fra i banchi della bella Chiesa metodista di Gorizia, racconta con la semplicità dei giusti il suo atto d’amore verso il prossimo. Delle due famiglie siriane giunte in città dai campi profughi del Libano con il progetto promosso da Federazione delle chiese evangeliche, Tavola valdese e Comunità di Sant’ Egidio ha preso a cuore tutto, gioie e dolori, con la normalità di chi vive in una terra di confine, da sempre luogo di passaggio e incontro, dove l’altro siamo sempre un po’ anche noi. Eppure nel 2021 i samaritani paiono essere minoranza, e troppi invece i sacerdoti e i leviti che passano e vanno oltre.

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La Chiesa metodista di Gorizia

Dal 1° gennaio al 15 novembre 2020 l’Italia ha “riammesso” in Slovenia 1240 persone. Si tratta di respingimenti forzati, primo anello di una catena che in pochissime ore porterà adulti, famiglie, ragazzi prima in Croazia e infine in Bosnia, fuori dall’Unione Europea, dopo esser stati spogliati di tutto e picchiati selvaggiamente.

«Sono in viaggio dal Punjab da quattro anni, ho tentato otto volte di entrare in Europa prima di riuscirci», racconta Mohammed. «Ogni volta sono state botte, distruzione dei documenti e del telefono da parte della polizia croata. E fame, e freddo, tanto freddo». Tutte le storie che ascoltiamo negli alloggi di Trieste che l’Ics, il Consorzio Italiano di Solidarietà, mette a disposizione di chi arriva qui dopo viaggi estenuanti, sono drammaticamente simili. Le testimonianze raccolte in questi mesi da chi lavora sul campo sono oramai migliaia, ancor prima dello scoop del Guardian del luglio 2020 con le immagini delle persone marchiate con la vernice rossa dalla polizia croata per riconoscerle a un eventuale nuovo tentativo di superamento della frontiera: un richiamo alle pagine più buie della nostra storia.

«Il nostro Paese è purtroppo complice di queste atrocità perché non può non sapere cosa sta per accadere a chi ha appena sbattuto la porta in faccia», dice Gianfranco Schiavone, che di Ics è presidente e che da una vita si spende per dare tutela a chi arriva in questo lembo estremo d’Italia. «Eppure il 24 luglio 2020 il ministero dell’Interno, rispondendo con una nota scritta alla interpellanza urgente presentata da Riccardo Magi ha confermato che le cosiddette “riammissioni informali” dei cittadini stranieri alla frontiera italo-slovena vengono effettuate», prosegue Schiavone, «anche quando le persone chiedono protezione internazionale, in spregio di qualsiasi normativa, nazionale e internazionale. Il nostro Stato ha cioè ammesso di operare al di fuori della legalità. Il riferimento a “prassi consolidate” è un abominio giuridico che non trova supporto in nulla: i migranti hanno diritto di richiedere asilo. Mille persone è un numero che l’Italia può accogliere senza nemmeno accorgersene; eppure ha scelto nei suoi vertici politici di dare un segnale chiaro di cambio di livello nella gestione dei flussi».

Finalmente, il 18 gennaio di quest’anno il Tribunale di Roma ha sancito l’illegittimità di tali procedure condotte, sono parole dei giudici, «in palese violazione delle norme internazionali, europee e interne che regolano l’accesso alla procedura di asilo, e eseguite senza la consegna agli interessanti di alcun provvedimento e senza alcun esame delle situazioni individuali, dunque con chiara lesione del diritto di difesa e del diritto alla presentazione di un ricorso effettivo».Ora, complice l’inverno, gli arrivi sono pressoché cessati e di conseguenza i respingimenti. Cosa accadrà fra poche settimane è un mistero che tiene in allarme gli operatori umanitari.

Il lavoro di Ics nella città di Trieste è portentoso: 140 alloggi per oltre un migliaio di richiedenti asilo o titolari di una qualche protezione internazionale, una fitta rete di collaborazioni con altre realtà territoriali per dare vita a corsi di lingua, avviamento al lavoro, coperture sanitarie. Tutto con in mente una precisa idea: solo l’accoglienza diffusa, i progetti costruiti quasi ad personam, possono garantire una speranza a chi arriva qui traumatizzato da quanto vissuto in patria e in viaggio.

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Il portone di ingresso alla Chiesa metodista di Trieste

 

«Trieste ha una forte tradizione di accoglienza – conferma Raul Matta, presidente del Consiglio della locale Chiesa metodista – e con i limiti delle nostre forze anche la comunità tenta di fare la propria parte con raccolte alimentari e di vestiti, partecipando alle iniziative pubbliche e mettendosi ora a disposizione con molta gioia e disponibilità della Diaconia per quello che vorrà fare qui». Sì perché la Chiesa valdese sta valutando di replicare quanto messo in atto in questi anni in altre zone sensibili: «Da circa un mese stiamo prendendo contatti con le varie realtà che operano nell’accoglienza – conferma Giorgia Corò, operatrice della Diaconia valdese – per capire come possiamo renderci più utili, sul modello di quanto già fatto ad esempio a Ventimiglia o Catania: sportelli mobili dove intercettare queste persone, fornire i primi supporti legali e sanitari, in rete con chi lavora qui da anni». Esserci per fare la propria parte, insomma, e rendere testimonianza della propria fede anche in questa maniera. Come faceva anni fa Mario Colaianni, presidente del Consiglio della chiesa metodista goriziana che, racconta, andava «una volta a settimana a tenere un culto all’allora Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Gradisca di Isonzo per i tanti ragazzi africani evangelici che arrivavano qui». Perché è la banalità del bene che cambia il mondo.

Articolo di: Claudio Geymonat su Riforma.it

 

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