La ricerca di Ada Prisco fra fede evangelica e apertura al dialogo con le altre esperienze religiose

Prosegue la serie di incontri dialogati che Paolo Ricca realizza per Riforma e che ha visto finora i ritratti di Maria Paola RimoldiAnnapaola CarbonattoMatteo FerrariFulvio FerrarioGabriella CaramoreVito TamboneAndrea DemartiniMarco Cassuto MorselliShangli XuGiorgio TournFra Lorenzo Ranieri e Alba CordaroAdelina BartolomeiPierluigi Mele, le “Sorelle senza nome” , Claudio Tron, Margherita Ricciuti e Pietro Urciuoli; uomini e donne che hanno dei ruoli conosciuti all’interno delle chiese evangeliche in Italia o nell’ambito ecumenico, ma anche persone che, pur non avendo incarichi conosciuti ai più, portano con sé un’esperienza di fede significativa per tutti e tutte noi. Oggi è il turno di Ada Prisco, docente di Storia e Sociologia delle religioni ed ecumenismo presso l’Istituto superiore metropolitano di Scienze religiose di Foggia. Buona lettura.

Ada Prisco ha radici milanesi e viva a Foggia. È dottore di ricerca in Religioni, filosofie e teorie di salvezza. Insegna Storia e Sociologia delle religioni ed ecumenismo presso l’Istituto superiore metropolitano di Scienze religiose di Foggia. Ha svolto seminari monografici sul Corano e sul Buddhismo. Collabora regolarmente con il giornale protestante online vocevangelica.it. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: La festa settimanale in Ebraismo, Cristianesimo, Islam (1915); Rigenerati. Meditare la misericordia con le religioni (2016); Ai confini della fede. Una riflessione sul martirio fra ebraismo, cristianesimo, islam (2018); Prisma Islam (2019); Confidenze bibliche (2021), tutti con l’editore Corponove, di Bergamo; Simboli cristiani, simboli massonici (GB Editore, Roma, 2017).

– Come spiega lei l’esistenza di tante Chiese diverse?

«Indica che la fonte dell’ispirazione religiosa è sempre oltre e che non si può squadrare l’infinito in una definizione prêt-à-porter. I cristiani di diversa denominazione rivelano qualcosa che appartiene a tutti, ma che loro mettono in risalto in modo unico. L’apostolo Paolo lo definirebbe lettera scritta con lo Spirito (II Corinzi 3, 3). Nella storia della salvezza la separazione prelude al deserto e alla conquista di un approfondimento dell’intimità umano-divino, umano-umano».

– Lei è una donna credente. Ci può dire perché lei crede, qual è il fattore che la induce a credere?

«Credente è una definizione così ardua da far tremare i polsi. Non riuscirei mai a presentare me stessa definendomi così. Accolgo con interesse e curiosità quando talvolta sono gli altri a farlo. La percepisco come l’equilibrio che ti fa percorrere il filo sospeso sul baratro, ma, al tempo stesso, sull’infinito. La riconosco particolarmente nell’esperienza dell’apostolo Paolo che comunica forza nella sua fragilità: “Ti basta la mia grazia (…) quando sono debole, allora sono veramente forte” (II Corinzi 12, 9-10). Credere è un po’ come ricalcare continuamente il misto di povertà e ricchezza, piccolezza e grandezza, che siamo, e, nel frattempo, impariamo a conviverci, avvolti dalla sensazione positiva della presenza e della benevolenza di Dio (cf. Ecclesiaste 9, 7)».

– Azzardo un’ipotesi: lei è una delle tante cristiane o cristiani che oggi vivono più tra le Chiese che in una Chiesa particolare, qualunque essa sia. È così? Oppure mi sbaglio? Ma se è così, come si spiega questo fenomeno?

«Questa sorta di nomadismo è tipico della postmodernità che consente centralità alla scelta del credente, che, a sua volta, si esprime nella libertà di combinare una sintesi personale di elementi eterogenei. Si spiega anche alla luce di una relazione modificata rispetto a tutte le autorità e alle loro interpretazioni. Personalmente sono attratta dalla vita nello Spirito, per cui più riesco a respirare nella varietà delle spiritualità più attingo linfa vitale. Alla parola Dio associo immediatamente l’evento Cristo, la concezione trinitaria, la rivelazione biblica, perché questo è il mio modo più antico e prevalente di pensare alla fede e di esercitarla. Ciò non toglie che io trovi estremamente confortevole e arricchente l’opportunità di accogliere nella mia storia personale, oltre che nei miei studi di settore, le narrazioni di altri credenti, ebrei, musulmani, buddisti, hindu, chiunque si relazioni al finito attraverso l’infinito. Trovo irresistibile il fascino dell’esperienza religiosa in sé».

– So che lei ha avuto qualche esperienza di predicazione. L’ha fatto volentieri? Lo farebbe ancora volentieri? Se sì, perché?

«La chiesa evangelica valdese di Orsara di Puglia mi ha invitata a occuparmi di uno studio biblico sul Padre nostro sotto forma di sermone durante il culto della domenica. Predicare la parola di Dio in chiesa nel giorno del Signore è una delle cose più belle in assoluto che mi siano capitate, un’esposizione alla luce piena. Certo che lo rifarei, tutte le domeniche, tutti i giorni persino. Se dovessi propormi io, non me ne sentirei degna, ma se mi invitassero, direi di sì. “Dacci il pane quotidiano” (Matteo 6, 11) è quanto tutti i cristiani chiedono insistentemente nella preghiera che Gesù ha insegnato. Sappiamo che “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Deuteronomio 8, 3). La parola è il pane necessario. Non se ne può fare a meno. Nessuno dà una pietra a chi chiede il pane (cf. Matteo 7, 9). Condividere la parola vuol dire vivere, mettere in circolo i doni dello Spirito per la crescita dell’unico corpo».

– Lei conosce le Chiese evangeliche. Qual è, secondo lei, il loro significato nel nostro paese, se ne hanno uno?

«A me dispiace che siano pochi gli evangelici in Italia e temo che vadano diminuendo. Infatti, quando incontro gli evangelici che conosco e sento che si danno da fare per ravvivare la cura pastorale, ne sono lieta. Quando non ci sono, mi mancano. Nessuna fede si interpreta compiutamente con un dizionario monolingue, quindi la presenza delle chiese evangeliche svolge una funzione insostituibile non soltanto per sé, ma per tutti i cristiani. Non bisogna dimenticare il debito impagabile che gli altri cristiani hanno verso gli evangelici, cui va il merito di aver restituito alla Bibbia la centralità che le spetta. Inoltre la qualità del rispetto delle minoranze rende conto non soltanto del livello di civiltà, ma di quanto la testimonianza dei cristiani sia autentica. Il protestantesimo corrisponde a una vocazione specifica nell’ambito della chiamata cristiana. A mio avviso, deve ricordarci costantemente il valore della coscienza personale. Lo spirito critico non è un accessorio, è parte integrante della testimonianza. Inoltre, il protestantesimo in se stesso dice pluralità, è strutturalmente predisposto al dialogo nella differenza, modalità che dovrebbe appartenere sempre di più al credente. E poi non trascuriamo l’essenzialità: imparando dalla lezione evangelica, dovremmo purificare continuamente i riti, i modi della pratica, della comunicazione, estirpare le fronde, per valorizzare il cuore».

– Lei è una cristiana ecumenica. Che cosa rappresenta per lei l’ecumenismo? Sta avanzando o arretrando?

«Per me l’ecumenismo è attingere all’ampiezza che provoca una ricaduta di valore. L’ho sempre vissuto come un privilegio, poi come ambito di ricerca. È noto il livello e il valore degli incontri bilaterali, l’operato del Consiglio ecumenico delle Chiese, delle varie commissioni ecumeniche presenti per l’Italia. Complessivamente raccolgo l’impressione di un ecumenismo in ordine sparso, spesso ridotto alla “Settimana di preghiera”, concentrato sulle reciproche definizioni, ancora burocrate, adolescenziale. Quando avverrà una conversione ecumenica capillare, non si dirà più ecumenismo ma cristianesimo».

– Il Suo ultimo libro s’intitola Confidenze bibliche. Quali sono queste confidenze?

«I brani biblici proposti sono le confidenze che si lasciano prendere e si possono trasmettere, facilitando un clima interno ed esterno di speranza, di fiducia, di un calore che arde senza consumarsi».

Articolo di Paolo Ricca | Riforma.it

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