Il 25 marzo si ricorda il poeta: molti gli incontri che, prima e dopo la Riforma, si sono verificati con la sua opera, grazie anche a una teologia che seppe essere innovativa e propositiva

1321-2021, settecento anni dalla scomparsa di Dante Alighieri. In vista di tale ricorrenza il Governo italiano ha istituito il “Dantedì”. Parola tanto divertente quanto significativa: non fugace occasione, infatti, ma vera e propria festività con permanente cittadinanza all’interno del calendario. Riguardo al giorno è stato scelto non il più intuitivo 14 settembre, data della morte, bensì il 25 marzo, per gli studiosi possibile inizio del viaggio ultramondano della Divina Commedia.

Nell’arco di questi sette secoli che cosa non è stato detto sul Poeta e la sua eredità? Ciascun recesso ne è stato scandagliato, eppure la statura del personaggio rende il suo approfondimento pressoché inesauribile: una spina nel fianco, che arrovella e tormenta. Quanti lettori, la maggior parte dei quali non specialisti, l’agricoltore Dante continua a raccogliere lungo il podere del tempo? Una caratteristica che ricorda molto da vicino proprio la Bibbia: le opere immortali sono quelle che suscitano sempre nuovi appassionati fruitori e, nel caso del Verbo di Dio fattosi pagina, anche umili seguaci.

Il Fiorentino è, del resto, un dottore della Chiesa. Ad ascriverlo alla schiera non è stata certo l’istituzione ecclesiastica, ma un artista quale Raffaello, che nella Disputa del Sacramento (1509) lo colloca tra papa Sisto IV e fra’ Girolamo Savonarola. Ecco che, trattando nel Convivio dei sensi ermeneutici della Scrittura, garantisce: «E in dimostrar questo, sempre lo litterale dee andare innanzi, sí come quello ne la cui sentenza li altri sono inchiusi, e sanza lo quale sarebbe impossibile ed inrazionale intendere alli altri, e massimamente allo allegorico» (II, 1, 8). Affermazione dalla sensibilità assai moderna, umanistica, che testimonia come il rispetto della lettera del testo storni di per sé il rischio di esegesi infelici. E circa la tanto necessaria quanto delicata – perfino controversa – pratica traduttiva, riferendosi ai Salmi, puntualizza: «E questa è la cagione per che li versi del Salterio sono sanza dolcezza di musica e d’armonia: chè essi furono transmutati d’ebreo in greco [la Settanta] e di greco in latino [le fasi iniziali della Vulgata], e ne la prima transmutazione tutta quella dolcezza venne meno» (I, 7, 15).

Siffatta tensione verso il dettato biblico, nonché gli elementi agostiniani all’interno dell’impianto tomistico, ben giustificano, pertanto, l’abbrivio di una tradizione di studi danteschi di stampo riformato fin dal sec. XVI. Tradizione ripresa poi nel Risorgimento. Secondo il Foscolo «Dante avrebbe fondato nuova scuola di religione in Europa; ed ei v’aspirava, non foss’altro in Italia» (Discorso sul testo della Divina Commedia, 1826). Il vastese Gabriele Rossetti (1783-1854) – zio del predicatore Teodorico Pietrocola Rossetti, il più prolifico autore di inni dell’epoca – asserì in un articolo pubblicato nel 1852 sull’Eco di Savonarola: «Ecco quel che intendo fare con questo scritto [il Comento analitico all’Inferno], in cui solennemente rinunzio al culto del Papismo per aderire alla verace dottrina evangelica».

Introduttore di prospettive riformate fu anche Francesco Domenico Guerrazzi (1804-1873), capo dei democratici toscani, membro del governo rivoluzionario e deputato dei Parlamenti subalpino e nazionale. Curatore di un’edizione dell’intera Commedia fu l’accademico siciliano Paolo Emiliani Giudici (1812-1872), ex domenicano e prossimo a gruppi evangelici toscani: uno dei promotori del ristabilimento a Firenze della cattedra dantesca, soppressa nel 1780. Menzione particolare merita il pastore grigionese Giovanni Andrea Scartazzini (1837-1901): esordiente con il saggio Dante’s Vision im irdischen Paradiese und die biblische Apokalyptik, pubblicò anch’egli un’edizione della Commedia, cui seguirono gli scritti Dante in Germania, Dantologia. Vita e opere di Dante ed Enciclopedia dantesca. Alla generazione successiva appartiene Piero Chiminelli (1886-1959): pastore battista, ex prete, che prima di fuggire dall’Italia del Concordato negli Stati Uniti d’America diede alle stampe La fortuna di Dante nella cristianità riformata. Infine, un più modesto contributo personale, nel quale mi avventuro a rilevare le analogie tra l’elaborazione riformata, in particolare calviniana, e la teoresi dantesca sulla predestinazione1. La «question cotanto crebra», cursoriamente indagata tra le pieghe delle cantiche, culmina nell’espressione dell’azione assoluta della grazia divina, che il Vate affida all’Aquila degli spiriti giusti, sotto il cielo di Giove: «O predestinazion, quanto remota è la radice tua da quelli aspetti che la prima cagion non veggion tota!/ E voi, mortali, tenetevi stretti a giudicar; ché noi, che Dio vedemo, non conosciamo ancor tutti li eletti» (Paradiso XX 130-135).

Una celebre incisione olandese del sec. XVII raffigura i Riformatori del Cinquecento riuniti, insieme ai teologi anteriori Jan Hus e John Wyclif, intorno a un tavolo su cui arde un candeliere, che un cardinale, un diavolo, un pontefice e un monaco tentano di spegnere con il loro soffio. Una simile rappresentazione può forse aiutare a cogliere la lezione che il Sommo ha in serbo per l’evangelico del terzo millennio, così a buon diritto legato al messaggio de Il Candeliere: non commettere l’esiziale errore di considerare il Medioevo – di cui egli è autentico enciclopedista e interprete – una lunghissima notte, improvvisamente rotta dalla luce della fiaccola della Riforma. Quella fiamma, certo sfavillante, ha tratto alimento da molteplici speculazioni più antiche, perlopiù carsiche e marginalizzate, che l’eclettica e iridescente “teologia di Dante” in modo mirabile emblematizza.

Non soltanto, dunque, una politicamente scorretta convivenza di scolastica e mistica, di sacralità dell’impero e anelito alla Chiesa francescana. C’è tanto altro. Altro che condusse l’Alighieri all’esilio, a Ravenna, fino al termine dei suoi giorni. Profugo, come profughi furono i grandi apostoli della predestinazione.

1. G. Bascetto, «Vel pria vel poi ch’el si chiavasse al legno». Monoergismi e sintonie riformate nella comprensione dantesca della predestinazione, «Rivista di Letteratura Religiosa Italiana», 2019 (II), pp. 11-28. Vd. anche Ida De Michelis, Dante nel Risorgimento italiano: letture riformate, in Aa. Vv., Il protestantesimo italiano nel Risorgimento. Influenze, miti, identità, a cura di S. Maghenzani, Torino, Claudiana, 2012, pp. 79-88.

Immagine: Illustrazione di Giovanni Guida

Articolo di: Giuliano Bascetto | Riforma.it

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