I metodisti

Scritto da il 9 gennaio nel cc, Chi siamo, Metodismo

Testi di Febe Cavazzutti e Giovanni Anziani

I metodisti

Sono una grande famiglia di chiese protestanti originata nell’Inghilterra del 1700 da un movimento di risveglio all’interno della Chiesa anglicana, che è poi cresciuto in ogni parte del mondo fino a contare oggi circa 80 milioni di membri.

Le origini »

Devono il loro nome allo scherno con cui veniva additato un piccolo gruppo di studenti di Oxford guidato dai fratelli Charles e John Wesley, che si riuniva per lo studio della Scrittura e l’esercizio della preghiera comune, cui si affiancava il soccorso ai poveri e l’assistenza spirituale ai carcerati e agli infermi con una scansione metodica e regolare delle attività. Oltre a guadagnarsi il nomignolo di metodisti, il gruppo venne ironicamente chiamato il Club dei santi. In breve tempo, John e Charles Wesley sarebbero divenuti gli iniziatori di un rinnovato modo di vivere la fede cristiana ed essere chiesa.

L’Inghilterra, uscita da uno dei suoi peggiori secoli di violenze civili e religiose, era alla vigilia della prima Rivoluzione industriale. La vita nelle periferie suburbane come nei centri rurali e carboniferi rivelava situazioni di diffusa miseria e profondo degrado; uomini, donne  e bambini erano sottoposti a condizioni schiavizzanti di lavoro e sfruttamento. In questo periodo di grandi trasformazioni economiche e sociali il panorama religioso era dominato dalla Chiesa anglicana di Stato, il cui corpo ecclesiastico viveva per lo più lontano dalle realtà arretrate delle diocesi e offriva prevalentemente una religiosità “formale” incapace di rispondere alle necessità spirituali più profonde: le parti più umili del popolo vivevano così vittime di ignoranza e superstizione.

In questo contesto, due dei figli del Rev. Samuel Wesley, Rettore della parrocchia di Epworth, educati secondo il rigorismo paterno e la pietà non conformista della madre Susanna, iniziano i loro studi ad Oxford. John Wesley (1703-1792) entra nel Christ Church College a 17 anni; tre anni dopo vi entra il fratello Charles (1707-1782).  John ne uscirà docente al Lincoln College come Lettore di greco con cattedra di Teologia del Nuovo Testamento, conseguendo poi il “Master of Arts”. Anche Charles conseguirà il titolo di “Master of Arts”: entrambi saranno ordinati ecclesiastici della Chiesa d’Inghilterra. E’ negli  anni di studio che si presenta il momento della crisi spirituale, con il problema centrale della realtà del peccato e della difficoltà di riconoscere qual è la via della salvezza.

Neppure l’impegno vissuto all’interno dell’Holy Club riuscì a rispondere pienamente all’aspirazione di un evangelo vissuto in modo autentico e a placare la loro ansia profonda. Accettarono perciò l’invito a partire per la Colonia della Georgia nell’America del Nord: John come missionario e Charles come segretario del Governatore e pastore degli emigrati. L’esperienza fu assai dura. Tristemente insoddisfatto, John ritornò in patria per primo e di lì a poco lo seguì Charles.

Riconoscimento della propria impotenza umana, rinuncia alla ricerca di una propria giustizia meritoria, intima sicurezza di essere giustificati in Cristo: questa è la scoperta che John fece la sera del 24 maggio 1738 ad Aldersgate,  ascoltando la lettura della introduzione di Lutero all’Epistola ai Romani. L’ansia si sciolse in un capovolgimento di prospettiva: non più ansia per la propria salvezza, ma gioiosa esperienza di appartenere a Cristo e passione per la salvezza degli altri; non più offerta di generici rimedi scritturali, ma diffusione del limpido messaggio evangelico affinché tutti ne ricevano l’annuncio e ne traggano forza e fiducia per un cammino di costante e profondo rinnovamento della propria esistenza e della società (santificazione sociale). Dal giorno dell’assunzione da parte di John di questa scoperta come fondamento di un nuovo impegno spirituale e personale nel mondo si usa datare la nascita del metodismo.

L’inizio avvenne entro gruppi di credenti costituiti non in chiese autonome, ma in “società che reclamavano di poter fare “religione” nella propria Chiesa. Quando le mura ecclesiastiche si chiusero, su incoraggiamento di un altro leader del movimento, George Whitefield (che successivamente si distaccò da Wesley per fondare il ramo dei Metodisti Calvinisti), John iniziò a predicare all’aperto, nelle città come nelle campagne, percorrendo, a cavallo o a piedi, sulle impraticabili vie dell’Inghilterra di allora, oltre 360.000 chilometri.  “Il mondo è la mia parrocchia” fu da subito il suo motto, che lo portò a fare delle piazze, delle case, di ogni spazio di vita quotidiana i luoghi di una rinnovata fede cristiana.

Una spiritualità calda e coinvolgente; una predicazione che annunciava a persone abbrutite che cambiare vita era davvero possibile; una forte attenzione verso la dimensione sociale dei problemi, tanto che proprio in seno al metodismo si svilupperanno spinte decisive per la battaglia per l’abolizione della schiavitù e per la nascita dei primi sindacati britannici: ecco alcune delle caratteristiche del movimento.

Sviluppo ed organizzazione »

Straordinario fu il genio organizzativo di John, certamente una delle chiavi del successo del metodismo: John suddivise le “società” in piccoli gruppi (classi) di preghiera, studio della Parola e attività di soccorso, ciascuno affidato alla cura di un conduttore, uomo o donna, poi tutti riuniti nel culto e nella celebrazione della Santa Cena. Creò una rete di collegamento fra tutte queste realtà configurandola in circuiti; l’unità (connexion) venne assicurata da un organo democratico centrale, la Conferenza.

I Wesley furono affiancati da credenti di specchiata condotta come predicatori laici, uomini e donne: un’istituzione che ad oggi è uno dei vanti del metodismo.

La prima cappella metodista si aprì a Kingswood, fra i minatori. Intorno al 1760 due predicatori laici irlandesi, Thomas Coke e Francis Asbury portarono la predicazione metodista nel Nuovo Mondo. Pochi anni dopo prenderà avvio la storia della Chiesa Metodista Episcopale, la cui eredità è confluita nella odierna United Methodist Church.

Allo sviluppo  del metodismo in ogni parte del mondo contribuì anche il canto, grazie al talento poetico di Charles, che tradusse tutti gli aspetti della fede cristiana nelle tipiche accentuazioni metodiste in un’innologia di oltre 9.000 testi, cantati secondo uno stile nuovo: oltre il classico corale protestante e l’antica salmodia anglicana, utilizzò melodie vitali e ricche di pathos, adatte alla sola voce umana; l’armonizzazione seguì nell’Ottocento, mantenendo il carattere duttile delle melodie, capace di contaminarsi con altre culture e così offrendo inni per tutti i tempi e per tutti coloro che aspirano a un mondo rinnovato. Un esempio odierno lo abbiamo nell’inno “We shall overcome”, il cui nucleo originario fu composto da un pastore metodista afro-americano. Si deve ad un missionario metodista anche l’inno Nkosi Sikelel’ iAfrika, adottato dal Sudafrica post apartheid di Nelson Mandela, pure educato in ambiente metodista.

Diffusione nel mondo »

Le Chiese metodiste sono oggi presenti in 87 realtà nazionali e sono associate nel Consiglio mondiale metodista (WMC). In Europa, le Chiese metodiste collaborano nello European Methodist Council (EMC). Un’emanazione del WMC è la World Methodist Historical Society, un Istituto di studi storici con archivi per la preservazione dei documenti, retto da studiosi che offrono la propria opera gratuitamente. Le Chiese metodiste reggono 38 Facoltà di studi teologici ed un numero infinito di scuole, ospedali ed altre istituzioni assistenziali in ogni continente, con una forte espansione soprattutto in Africa ed Asia.

Metodismo in Italia »

Il metodismo si presenta sulla scena della storia italiana nel 1859 con l’arrivo di William Arthur, segretario della Wesleyan Methodist Missionary Society di Londra. Egli girerà l’Italia per meglio conoscere gli sviluppi sociali e politici del Risorgimento. Nell’interessante rapporto “Italy in transition” affermerà la necessità di aprire un campo missionario nel nostro paese non per fondare una Chiesa metodista, ma per sostenere gli evangelici già presenti (valdesi e liberi) nell’impegno per una riforma religiosa in senso evangelico che fornisse il necessario supporto spirituale ai fermenti di riforma politica e culturale.

Nel 1860 la Società wesleyana inviò il giovane pastore Richard Green, il quale si fermò inizialmente  a Firenze, dove entrò in contatto con esponenti delle chiese “libere” (Gavazzi e Guicciardini); spingendosi poi sino a Napoli, di recente liberata da Garibaldi.  Nel 1861, rimpatriato il Green per motivi di salute, fu inviato in Italia il pastore Henry J. Piggott. L’organizzazione della missione nel Sud, territorio di cui con grande acutezza Piggott comprese tutte le specificità, venne  affidata al pastore Thomas W. Jones. Nel 1870 giunse in Italia anche il pastore Leroy M. Vernon, inviato dalla Chiesa metodista episcopale degli Stati Uniti d’America (sostituito dopo alcuni anni da William Burt).

Tramontato il sogno di costruire, con gli altri evangelici, una sola Chiesa protestante nazionale, Piggott e Vernon iniziarono ad organizzare le proprie rispettive chiese denominazionali: il primo la Chiesa Metodista Wesleyana ed il secondo la Chiesa Metodista Episcopale, accordandosi comunque per compiere un’opera complementare, non competitiva.

Sebbene originate da missioni estere, le Chiese metodiste si interpretarono subito come una componente attiva e dialogante della società italiana, impegnata a portare la propria testimonianza dentro i nodi sociali, culturali, politici e religiosi del paese e tesa alla collaborazione fra tutte le espressioni del protestantesimo.

Nacquero diverse chiese locali nelle grandi città come nei centri rurali. L’opera di evangelizzazione, particolarmente in alcune aree, seppe essere anche popolare ed annunciare efficacemente la libertà in Cristo agli strati più umili della popolazione: nella zona di Mezzano in Emilia, ad esempio, come nelle periferie industriali di Genova; nei paesi della Maiella, come fra i braccianti del ragusano (in Sicilia) o le maestranze per la costruzione del traforo del Sempione. Ad essa si affiancarono scuole diurne e serali, istituti di formazione professionale e avviamento al lavoro, opere di mutuo soccorso: ricordiamo Padova, Venezia, La Spezia, Villa San Sebastiano, Intra con l’Istituto G. Pestalozzi, Scicli, Napoli e Portici con la Casa Materna fondata nel 1905 dal pastore Riccardo Santi.

Peso rilevante ebbero la stampa di testi e periodici – come L’Evangelista, nato nel 1888 e chiuso dall’autorità fascista – e la formazione di circoli dialoganti con la cultura italiana in cui ebbero parte figure di spicco come Pietro e Alfredo Taglialatela.

Merita menzione l’impegno civile in difesa dei diritti di operai e pescatori a Pozzuoli a cavallo fra Ottocento e Novecento, svolta dal pastore wesleyano Francesco Sciarelli – un ex frate che nel 1860 si era unito ai garibaldini, per poi aderire al metodismo – al quale si deve la campagna per la conquista del riposo domenicale; mentre a Scicli (RG) nei primi decenni del Novecento operò il pastore episcopale Lucio Schirò che, come esponente del partito socialista, assunse la carica di sindaco in opposizione al nascente fascismo.

Durante il ventennio fascista, nonostante severe restrizioni alla libertà, le chiese si impegnarono a non rinchiudersi in se stesse.  In quegli anni difficili, la scuola teologica metodista a Roma accolse come propri professori Ugo della Seta ed Ernesto Buonaiuti.

Con la crisi finanziaria negli Stati Uniti d’America (1929), la missione metodista episcopale in Italia subì un drastico ridimensionamento. L’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale contro Inghilterra e Stati Uniti rese la vita delle due missioni metodiste ancora più difficile.

Nell’immediato dopoguerra (1946) i due rami del metodismo si unirono nella Chiesa Evangelica Metodista d’Italia, sotto la giurisdizione della Conferenza metodista britannica sino all’autonomia (1962).

In un clima di rinnovato slancio, nel 1954 nacque a Velletri (Roma), per impulso del I congresso della Gioventù Evangelica Italiana, Ecumene, un centro di studi, culto e vita comunitaria che si offrì come luogo di azione per la riconciliazione, la pace e la giustizia fra i popoli e gli individui. Il Centro ben presto si caratterizzò per uno specifico interesse, che tuttora prosegue, per la ricerca su “Fede e politica”, sviluppando interessanti percorsi di analisi, ad esempio su religiosità popolare, cultura cattolica, meridionalismo, lavoro e vocazione, democrazia.

Nel 1975, con il Patto di Integrazione, inizia il cammino comune con le chiese valdesi.

 

Questa eredità di testimonianza ed impegno nella polis è oggi portata avanti da 40 comunità disseminate su tutto il territorio nazionale, in molti casi arricchite dalla significativa presenza di uomini e donne (dono delle chiese metodiste dei paesi d’origine), giunti in Italia da  percorsi di migrazione. In queste comunità si vive la sfida di camminare lungo percorsi di integrazione che rifiutano sia il modello dell’assimilazione sia quello della coesistenza parallela, in vista della costruzione di una realtà comunitaria e di una comune vocazione rinnovate dalla valorizzazione e dall’autentico dialogo fra diverse tradizioni, sensibilità ed esperienze.

Per accrescere la fruibilità del patrimonio spirituale e culturale del metodismo in Italia e nel mondo nel 2009 è stato costituito un Centro di Documentazione Metodista.