Intervista a Nestor Miguez,  presidente della Federazione argentina delle Chiese evangeliche

Nestor Miguez, pastore della Chiesa evangelica metodista argentina ed ex membro (1991-1998) della Commissione Fede e Costituzione del Consiglio ecumenico delle Chiese, attualmente presiede la Federazione argentina delle Chiese evangeliche (Faie), che riunisce una quindicina di denominazioni e organizzazioni protestanti storiche. È figlio del pastore José Miguez Bonino, uno dei maggiori teologi protestanti latinoamericani del XIX secolo e unico osservatore evangelico del continente al Concilio Vaticano II.

Negli ultimi decenni le Chiese evangeliche hanno sperimentato un boom in America Latina, soprattutto sul versante pentecostale e neopentecostale. Come spiega questo fenomeno e quali sfide e domande pone al protestantesimo latinoamericano?

«È un fenomeno con molte cause e non omogeneo in tutto il continente. Le Chiese evangelicali e pentecostali cresciute maggiormente alla fine del XX secolo sono quelle legate ideologicamente all’influenza statunitense, mentre lo stesso non è successo col pentecostalismo tradizionale. A ciò hanno contribuito l’uso dei mass media, le tecniche pubblicitarie (alcuni seminari teologici hanno più corsi di “marketing” che di Bibbia) e i finanziamenti di gruppi conservatori, ma anche l’anomia prodotta dal neoliberalismo e la maggiore affinità di alcune di queste espressioni religiose con la cultura popolare latinoamericana. Altri studi evidenziano l’emergere di piccole comunità locali che non potevano trovare spazio nel mondo globalizzato e nelle relazioni spersonalizzate della politica. Così l’ingrandimento del movimento pentecostale non è dovuto più tanto alle mega-chiese o alle “campagne di evangelizzazione”. La scarsa crescita delle Chiese protestanti è in linea col loro sviluppo storico nel continente, poiché non hanno mai prodotto un impatto a livello popolare».

Quale eredità ha lasciato la dittatura militare nelle Chiese evangeliche argentine?

«Le Chiese protestanti storiche hanno attivamente difeso i diritti umani durante la dittatura. Altri hanno criticato questo comportamento sostenendo che significava “farsi coinvolgere nella politica”. Questa divisione ha portato alcune Chiese a formare l’Alleanza cristiana delle Chiese evangelica della Repubblica argentina (Aciera) per differenziarsi da quelle della Faie, più impegnate nell’ecumenismo e nell’azione sociale. Quando torture, sparizioni e assassinii sono venuti alla luce, alcuni leader delle Chiese più conservatrici hanno riconosciuto il valore della testimonianza delle Chiese storiche, mentre altri hanno mantenuto posizioni negazioniste e militariste.

L’impegno e la testimonianza di evangelici martiri della fede ai tempi della dittatura, così come di altri perseguitati, minacciati o esiliati, ha offerto un’esperienza diversa dell’”essere Chiesa”, che è rimasta nel vissuto e nella fede di queste Chiese, nella loro sensibilità e anche nel senso della loro presenza e missione nel mondo. Resta il problema di trasmetterla alle nuove generazioni».

Lei ha riflettuto sulle conseguenze della globalizzazione per l’etica politica cristiana. Come quest’ultima può trarre insegnamenti dalla crisi indotta dalla pandemia del covid-19?

«La crisi pandemica ha mostrato nella loro acutezza e crudeltà le contraddizioni e i peccati del mondo capitalista globalizzato. Ha accresciuto le disuguaglianze, come dimostrano la distribuzione dei vaccini, di cui i paesi ricchi si riforniscono al di là delle loro necessità mentre quelli poveri sono lasciati a un destino incerto, e le sue conseguenze economiche, che hanno colpito i lavoratori manuali più dei banchieri, in alcuni casi addirittura beneficiati da maggiori guadagni.

Temo che la situazione non cambierà. Le politiche imperiali delle grandi potenze proseguono e le multinazionali farmaceutiche proteggono i loro diritti di proprietà intellettuale al di sopra dei bisogni della gente, mentre le grandi piattaforme del commercio internazionale su Internet hanno ottenuto enormi profitti. La “normalità” cui si auspica di tornare è quella dell’illimitata arroganza dei potenti, dell’avidità dei centri finanziari, dell’accumulazione indecente delle grandi fortune, dei debiti impagabili per i poveri, mentre le “vie d’uscita” dalla pandemia propongono di aumentare la flessibilità del lavoro e ridurre le tasse ai ricchi, cioè le solite ricette del neoliberismo, magari ammorbidite dal riconoscimento che lo Stato deve occuparsi dei malati e dei morti.

Allora l’etica politica cristiana non può confidare che tutto andrà meglio. Senza perdere la speranza, essa continuerà a cercare di essere rilevante per i problemi affrontati dai popoli e dagli individui nella loro vita quotidiana, e a costruire alternative praticabili alle forme oppressive dei sistemi che ci vengono imposti.

Credo che l’etica politica cristiana debba centrarsi sulla critica profonda della cultura dell’individualismo e dei nuovi miti del neoliberalismo, del “capitalismo come religione”, per citare Walter Benjamin. Dovrebbe essere creativa nella ricerca di nuovi legami sociali costruttivi e aperta alla collaborazione coi movimenti femministi, sindacali e di trasformazione culturale. Il rapporto col popolo, il senso del messianico come rinnovamento del creato può essere uno dei suoi assi».

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