Si è svolta ieri l’annuale assise dei metodisti italiani, ancora in forma virtuale

Entusiasmo, partecipazione, testimonianza, connessione. Parole chiave nella vita di ciascuno, e fra i termini più importanti per l’operato di una chiesa. Espressioni che oltre un anno di pandemia hanno messo a dura prova a ogni livello, personale e pubblico, obbligando gli organismi di chiesa e ogni singolo a ripensare e ripensarsi in relazione con gli altri. La ripartenza e le nuove forme di incontro emerse in questo periodo sono stati il filo rosso che ha unito i vari ragionamenti che hanno caratterizzato l’annuale appuntamento con la Consultazione metodista, l’assise del metodismo italiano, per la seconda volta in forma virtuale e non nella amata cornice di Ecumene a Velletri.

«La Pandemia ha mostrato le disparità sociali a livello locale e globale, e i vaccini che vediamo distribuiti a varie velocità nel mondo ne sono un esempio lampante – ha commentato la presidente del Comitato permanente dell’Opcemi (Opera per la chiese metodiste in Italia), la pastora Mirella Manocchio-. Le sperequazioni sono sempre più evidenti e non possiamo voltarci dall’altro lato ma dobbiamo riflettere su chi ha troppo e chi troppo poco, aspetti che esistono ovviamente anche nelle nostre chiese. Il metodismo si è sempre strutturato e fondato anche sul principio della connessione gli uni con gli altri in una rete che raccoglie, che sostiene; non dobbiamo scordare questa lezione».

Una chiesa capace di ripensarsi e accogliere nuove missioni dunque, questa la sfida. Non è certo solo la pandemia ad aver posto sul piatto certi problemi «e il merito delle nostre chiese sta nell’avere avviato già da alcuni anni riflessioni a riguardo, sfociate nel documento sullo stato di salute delle chiese presentato durante il sinodo valdese e metodista dell’anno 2018» ha proseguito Manocchio.

Ecco dunque che il calo di partecipazione alle attività comunitarie e la contrazione nelle contribuzioni hanno subito un’accelerazione in questo ultimo periodo, ma erano fenomeno già in corso e su cui urge ragionare. Così come è emersa la necessità di trovare punti di contatto e collaborazione fra le tante attività gestite in maniera professionale dalla Diaconia valdese e le singole chiese locali, per mantenere vivo il senso di appartenenza e di comunione con le opere sparse per l’Italia e con la loro missione sociale.

«Ricordarsi di andare incontro alla gente» è stato l’efficace slogan utilizzato in uno degli interventi del dibattito, con l’intenzione di evidenziare la necessità di un’azione che intrecci vari piani, sempre però con ben chiaro quello che è il ruolo della chiesa: muoversi verso il prossimo.

Molto si è dibattuto sui pro e contro delle nuove forme di comunicazione che abbiamo dovuto imparare a utilizzare quest’anno, che da un lato hanno consentito incontri più ravvicinati e puntuali di vari organi intermedi e hanno mantenuto un fondamentale legame comunitario durante le forzate reclusione fra le nostre mura, ma che non potranno mai sostituire l’importanza del contatto umano e della presenza comunitaria di un culto. Potranno essere pensate forme ibride rivolte a chi può avere impedimenti, ma andrà trovata una sintesi fra le varie componenti, come sottolineato anche nei suoi saluti dalla moderatora della Tavola valdese, la diacona Alessandra Trotta che ha raccontato come da più parti sia «stata esplicitata la capacità che hanno avuto le nostre chiese di non rinchiudersi su se stesse ma di aver saputo guardare alle ingiustizie che nel mondo non si sono certo fermate».

Il termine connessione è tornato a più riprese: nei saluti del pastore Matthew Lafferty, nuovo direttore del Meor (l’Ufficio ecumenico metodista di Roma), che ha ribadito l’importanza della collaborazione fra chiese e organismi di chiese per promuovere dialogo e unità fra i cristiani e ha presentato il progetto che vuole fare di Roma una meta di pellegrinaggio anche per i metodisti mondiali; e nelle parole di saluto del vescovo Ivan Abrahams, segretario generale del Consiglio metodista mondiale: «Sappiate che non siete soli, ma siete parte di una famiglia di 82 milioni di persone in 134 paesi. Spero che nella vostra consultazione possiate sentire lo spirito di Dio che soffia e possiate così trovare nuove forme di missione in questo XXI secolo».

Come era prevedibile anche la situazione economica e finanziaria ha risentito della crisi innescata dalla pandemia: le comunità, impossibilitate a svolgere in presenza le attività ordinarie, hanno visto ridurre la capacità di raccogliere le contribuzioni. Con il passare dei mesi molte chiese hanno messo in atto strategie per fronteggiare la situazione (versamenti online) riuscendo a recuperare parte del deficit accumulato. Anche gli utili provenienti dagli immobili – la cui gestione contribuisce in maniera sostanziosa al bilancio Opcemi – hanno sofferto delle contrazioni. Al fine di migliorare la gestione degli immobili è stato approvato in via sperimentale per l’anno 2020-2021 il progetto di fundraising, raccolta fondi, messo in campo dalla Tavola valdese e dal Comitato permanente-Opcemi. Il progetto è stato presentato da Irene Grassi, che avrà il compito di aiutare gli esecutivi (a livello nazionale) e le chiese valdesi e metodiste (a livello locale) a potenziare le già presenti capacità di concorrere a bandi pubblici e di fondazioni private.

La Consultazione si è conclusa con il consueto culto del Rinnovamento del Patto. Prima di dare avvio al culto il maestro José Antonio Flores Montano, coordinatore nazionale del progetto di animazione musicale metodista, ha ringraziato quanti e quante hanno collaborato alla esecuzione dei canti e inni che sono stati inseriti nella liturgia. Alcune parti della liturgia sono state preparate dai giovani coinvolti nel progetto collegato con le tematiche di giustizia climatica e con la prossima COP26, voluto e sostenuto finanziariamente dalla chiesa metodista di Gran Bretagna a livello internazionale e di cui l’Opcemi è partner per l’Italia.

Articolo di Marta D’Auria e Claudio Geymonat da Riforma.it

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